Mercoledì 4 novembre, un gruppo di soci dell’Associazione Stampa Estera in Italia ha varcato la soglia dell’Antica Stamperia Trevi, in via dell’Umiltà 84, a pochi passi dalla fontana che le dà il nome. La visita, organizzata dal Gruppo DAM e riservata a un massimo di dieci partecipanti, è stata un’occasione rara per entrare in una delle ultime botteghe tipografiche storiche della capitale, ancora attiva con le macchine e le tecniche di un tempo.
A fare da guida è stato il titolare, Sergio Franci, che ha ricostruito la storia del laboratorio. Secondo il suo racconto, l’attività risale al 1780, quando era gestita dalla famiglia Pallotta, stampatori di Papa Pio VI. Da allora, ha spiegato, le macchine non si sono mai fermate.
Franci ha raccontato anche la lunga lista di clienti e committenti che hanno attraversato la bottega: papi, da Leone XIII a Pio XII, fino a Giovanni Paolo II e Ratzinger, presidenti della Repubblica e del Consiglio, e figure come Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. L’archivio conserva documenti d’epoca, tra cui il menù di una colazione del 1929 prodotto per il Vaticano e il biglietto da visita del deputato socialista Leonida Bissolati.
Il titolare della Stamperia ha raccontato l’evoluzione del biglietto da visita, un oggetto che per secoli è stato molto più di un semplice recapito: un vero e proprio segno di riconoscimento sociale, da consegnare con cura e da far stampare con carta, caratteri e decorazioni all’altezza del proprio rango. Sergio Franci ha mostrato ai giornalisti come la scelta della carta, del carattere e di elementi come i monogrammi araldici contribuisca ancora oggi a dare al biglietto la sua identità.
Nel laboratorio si lavora esclusivamente con macchinari antichi: nessuna stampante digitale, nessuna macchina moderna. La carta si sceglie a mano e i caratteri si compongono uno a uno. Doratura a rilievo, calcografia su acciaio e monogrammi araldici sono lavorazioni quotidiane, eseguite su torchi e macchine storiche, ancora perfettamente funzionanti e azionate ogni giorno dalle mani dell’artigiano. Franci ha mostrato ai giornalisti come funzionano, a cosa servono e come si regolano per ottenere l’effetto desiderato, offrendo ai fotografi e ai videomaker presenti immagini di grande suggestione.
Il titolare ha poi spiegato come la bottega riesca ad andare avanti in un’epoca sempre più digitalizzata proprio grazie a questa scelta: puntando sulla qualità e sull’unicità di una lavorazione che nessuna stampa digitale può replicare, e rivolgendosi a una clientela, italiana e internazionale, che cerca ciò che è fatto a mano. Un mestiere analogico che trova nel mondo digitale non tanto un nemico quanto un motivo in più per distinguersi.
Non sono mancati gli aneddoti, raccontati con la passione del narratore, né i campioni di biglietti, inviti e stampe da osservare e toccare con mano, utili per apprezzare da vicino la qualità della lavorazione.
Pur custodendo una tradizione secolare, l’Antica Stamperia Trevi si presenta come un’azienda internazionale: lavora con clienti di tutti i continenti, dai paesi europei a quelli arabi, dagli Stati Uniti al Canada fino alla Russia, e produce anche per gli ambasciatori italiani nel mondo. Un mestiere antico che, come hanno osservato diversi partecipanti, parla un linguaggio universale.
La visita ha offerto ai corrispondenti esteri numerosi spunti editoriali: la sfida di sopravvivenza delle ultime botteghe storiche di Roma, il funzionamento di una stamperia d’altri tempi, il passaggio di un mestiere da una generazione all’altra e il ruolo di un artigianato romano che arriva fino alle ambasciate e ai clienti di tutto il mondo.







